Spesso ci si interroga su cosa poi significhi davvero questa espressione; così tanto citata e condivisa che non sembra appartenere ad un periodo specifico di vita di ognuno di noi, nè appartenere ad uno dei sessi o caratterizzare un ceto sociale o politico-religioso.
Cercare sé stesso è un mantra, uno slogan, una esortazione, che viene ripetuta a sé stessi prima ancora che agli altri! Dire queste parole equivale a dire che si ha bisogno di qualcosa: vuol dire essere in un periodo della vita in cui non è più sufficiente seguire uno schema predeterminato di pensiero, emozioni o comportamenti. La quotidianità perde quel senso di ritmicità e staticità rassicurante per assumere un aspetto meno chiaro, più fluido e, musicalmente parlando, più improvvisato.
Questo porta con sé un disorientamento cognitivo e percettivo, che viene percepito subito a livello fisico e poi mentale, arrivando ad emergere in ogni nostro incontro e scambio relazionale.. fino a domandarsi, quasi con un urlo esistenziale profondo: COSA MI SUCCEDE? CHE SENSO HA LA MIA VITA?
Si rimane così fermi, attoniti ad ascoltare una profonda consapevolezza: non saper da che parte andare, con mille domande. Mentre la mente scorre l’album dei ricordi alla ricerca di un punto di riferimento, di un segnale, il nostro corpo parla, i nostri sensi aumentano quel continuo rumore di fondo: il feedback esperienziale a cui solitamente non prestiamo attenzione, ma che ora in assenza di una direzione chiara, possiamo finalmente sentire!
È un tripudio di sensazioni, emozioni e pensieri che hanno vissuto dentro di noi, ci hanno accompagnato, silenziosi ed inascoltati, che finalmente ottengono un luogo per esistere ed esprimersi: e sembrano dirci “noi siamo sempre stati qui, ti abbiamo parlato, accompagnato, protetto e guidato!”
La vera grande assente è la consapevolezza: essere cosciente della pienezza della nostra esperienza, della sua complessità, di tutte le potenzialità presenti in noi che rimangono in attesa, in ascolto di un segnale di autorizzazione per potersi manifestare.
Mentre cresciamo ci costruiamo una serie di automatismi che ci aiutano a rendere la realtà più comprensibile e prevedibile. Nella nostra relazione con l’ambiente i fattori di prevedibilità sono alla base della sopravvivenza stessa, del singolo come del gruppo.
Prevedibilità e sopravvivenza sono concetti che corrispondono da un punto di vista relazionale al concetto di “adattamento”: l’azione più intelligente e necessaria richiesta ad ogni specie vivente sembra essere la capacità di adattamento all’ambiente in cui è inserito.
La ricerca di sé stesso equivale a mettere in discussione l’adattamento e la sua primaria funzione di sopravvivenza?
La “spinta” emotiva e cognitiva a ritrovarsi e riconoscersi, come soggetto, che segue generalmente momenti di crisi profondi, vuol dire mettere in discussione e rinunciare a quella parte della propria realtà che semplifica azioni e reazioni quotidiane, per ottenere la possibilità di trasformarsi, e trasformare il mondo che conosciamo.

Letizia Iannopollo, psicologa psicoterapeuta.