L’impatto psicologico e sociale della malattia sul paziente, sulla sua famiglia e sull’équipe curante assume grande rilevanza quando si parla di cancro: in questo scenario
la psiconcologia è una disciplina che si colloca come interfaccia tra l’oncologia da un lato
e la psicologia e la psichiatria dall’altro.

Il trattamento del paziente oncologico deve avere come obiettivo principale quello di migliorare la Qualità di Vita e di limitare il rischio di conseguenze psicopatologiche
che condizionino la vita futura del malato; il sostegno sociale diviene pertanto un elemento costitutivo del trattamento del paziente oncologico e rientra nella responsabilità di ciascuna figura terapeutica coinvolta.

La Psiconcologia infatti considera l’interdisciplinarietà e l’integrazione disciplinare requisiti indispensabili di un sistema di cura che tenga conto della globalità dei bisogni del malato
in un’ottica psicosociale nell’approccio al paziente e nel rispetto dell’autonomia culturale
e professionale di ciascuna disciplina.

In Italia il primo Servizio di Psicologia orientato specificamente all’assistenza del paziente oncologico viene costituito nel 1980 presso l’Istituto Nazionale per la Ricerca sul Cancro di Genova; a Milano nel 1985 viene fondata la SIPO (Società Italiana di Psiconcologia),
in seguito al crescente interesse tra le discipline medico-chirurgiche e psicologico-psichiatriche per la “psichiatria di liaison”, introdotta alla fine degli anni ’70, che si occupa
di sostegno rivolto ai pazienti e supporto alle diverse figure professionali coinvolte nel trattamento.

 

La psiconcologia si situa come interfaccia dell’oncologia, da un lato, e della psicologia clinica e della psichiatria, dall’altro, e, come riportato e condiviso dalle diverse società di psiconcologia a livello internazionale (www.ipos-society.org), analizza in un’ottica transculturale due significative dimensioni legate al cancro:

  • l’impatto psicologico, comportamentale, sociale e spirituale della malattia sul paziente, la sua famiglia e l’équipe curante; 2) il ruolo dei fattori psicologici e comportamentali nella prevenzione, nella diagnosi precoce e nella cura delle neoplasie. Più specificamente, è una disciplina professionale che si concentra sulle dimensioni psicosociali e comportamentali delle malattie neoplastiche, come parte di un approccio comprensivo e globale al paziente e alla sua famiglia. La psiconcologia trova radici concettuali in una filosofia della cura che vede il paziente all’interno del più vasto contesto della famiglia, della comunità e della propria cultura, con i suoi riti e i suoi valori. La cura psicosociale in oncologia, quindi, è parte integrante di una strategia di cura più ampia, a partire dalla diagnosi e durante l’intero corso di malattia, inclusivo della fase dei trattamenti attivi, della remissione, della sopravvivenza, della ricorrenza o recidiva e della fase avanzata e di fine vita. L’approccio e le cure psicosociali pertanto si devono adeguare ai bisogni della persona ammalata e della sua famiglia nelle diverse fasi della malattia. La storia della prospettiva psicosociale in oncologia è nota e trova radici soprattutto a partire dagli anni ’50 del secolo scorso negli Stati Uniti.
  • Concetti Principali La psiconcologia considera l’interdisciplinarietà e l’integrazione disciplinare come requisiti indispensabili per l’attuazione di un sistema di cura che tenga conto della globalità dei bisogni del malato. Inoltre, promuove e realizza, nel rispetto dell’autonomia culturale e professionale di ciascuna disciplina coinvolta, un approccio di tipo psicosociale al paziente. Richiede, quindi, per la sua applicazione, l’intervento di professionisti, psicologi e psichiatri, appositamente formati in questo settore. La specificità della psiconcologia consiste nel suo rivolgersi a pazienti il cui disagio psicologico non dipende primariamente da un disturbo psicopatologico nel senso specifico del termine (benché diversi disturbi siano presenti nelle persone ammalate di cancro – v. paragrafo relativo), ma è generato dalla situazione traumatizzante della malattia. Ciò implica il riferimento ad alcuni concetti psicologici fondamentali: il concetto di crisi, il concetto di strategia di adattamento o coping e quello di adattamento psicologico plurifattoriale. Il concetto dicrisiè considerato come “momento di cambiamento”, nell’ambito del quale possiamo distinguere tre fasi: • l’esplicitazione del problema (specificamente, il cambiamento nel rapporto con se stessi e con gli altri, la consapevolezza della propria vulnerabilità e dell’eventualità della propria morte), che ha il valore di una richiesta di aiuto e testimonia il fatto che le circostanze oltrepassano le capacità di autogestione del problema da parte del soggetto; • la mobilitazione della rete sociale prossima al paziente (ad es. i familiari, gli amici, il personale curante); • lo sviluppo di un nuovo equilibrio attraverso l’individuazione di soluzioni adattive e l’accettazione del cambiamento.
  • Il concetto di strategia di adattamento, o coping, è stato proposto dalla psicologia cognitiva anglosassone e indica l’insieme delle strategie che ciascuno sviluppa per gestire o diminuire l’impatto di un evento minaccioso per il proprio benessere fisico e/o psichico (5). Lo stile di coping dipende: • dalla valutazione cognitiva dell’evento e delle risorse disponibili; dal comportamento che la persona adotta per far fronte al problema in termini di intervento (attivo) o di evitamento (passivo); • dal tipo di controllo emotivo utilizzato. Il concetto di “adattamento psicologico plurifattoriale” proposto dalla psicologia della salute, distingue diverse categorie di fattori interdipendenti: • in relazione ai pazienti: i “predittori” (ad es. eventi di vita, status sociale, costituzione biologica, caratteristiche di personalità), i “moderatori” (specifiche strategie di adattamento utilizzate dal soggetto nelle situazioni studiate, caratteristiche personologiche suscettibili di mutare nel tempo), il tipo di adattamento che ne risulta; • in relazione al trattamento: l’organizzazione delle cure, le tecniche terapeutiche utilizzate. I modelli di comprensione sono ispirati a diverse teorie di riferimento, quali quelle psicoanalitiche(in particolare per l’interpretazione dei meccanismi di difesa e il contenimento delle angosce), sistemiche (modelli di interazione nel gruppo, stili di comunicazione familiare), cognitivo-comportamentali (distorsioni cognitive e tecniche per l’apprendimento delle condotte funzionali e/o l’estinzione di quelle disfunzionali al benessere psicofisico del paziente), fenomenologico-esistenzialisti (senso e limiti dell’esistenza, ruolo dei valori e dei significati all’interno del percorso esistenziale). Tali modelli, utilizzati nel contesto psiconcologico, sono fondamentali per la comprensione delle situazioni di disagio della singola persona, della famiglia e del gruppo di lavoro e devono, dunque, costituire parte integrante della formazione degli psiconcologi.
  • Principali campi di intervento I principali campi di intervento della psiconcologia riguardano le molteplici aree dell’oncologia, includendo la prevenzione, la diagnosi e i trattamenti, la riabilitazione, le cure palliative. Non entrando nel dettaglio di ciascuna di esse, in questa sede ci si limita a sintetizzare alcuni aspetti inerenti il ruolo dello psiconcologo.
  • Campagne informative negli interventi di medicina preventiva Le campagne di informazione al pubblico (quali quelle sul fumo di sigaretta, sulla corretta alimentazione, sulle campagne di screening e così via), purché adeguate e non terroristiche, hanno un ruolo centrale nella prevenzione primaria e secondaria dei tumori. Una maggiore conoscenza dei fattori che contribuiscono all’insorgenza dell’abitudine al fumo o che aumentano il rischio di ricaduta dopo l’astinenza, dovrebbe permettere di migliorare l’efficacia dei programmi realizzati, in particolare nelle scuole. È altresì importante trasmettere a bambini e ragazzi messaggi chiari e corretti circa l’adozione di un equilibrato comportamento alimentare, necessario per il mantenimento della salute. Alcuni studi han no dimostrato, sia nel caso dell’informazione sui danni del fumo sia nel caso della sensibilizzazione della popolazione femminile a campagne di screening dei tumori al seno, come l’esposizione ripetuta a messaggi che tendono a indurre paura risulti efficace solo nei soggetti che tendono ad essere spaventati già in partenza. Tali messaggi possono invece portare altre persone a una negazione degli stessi per evitare l’angoscia indotta, fino ad una sorta di desensibilizzazione. Appare dunque globalmente più vantaggioso enfatizzare gli effetti positivi dei comportamenti che si desidera indurre, come l’importanza di una diagnosi tempestiva nel caso del cancro. Oltre a intervenire sul messaggio informativo, nell’ambito dello screening lo psiconcologo può collaborare all’individuazione delle modalità comunicative più adeguate a garantire un approccio il più possibile sereno alle iniziative di prevenzione.